Martedì 23 novembre 2021– ore 20:30
Sala Teatro Giovanni XXIII – Belluno
Biglietti: Interi € 20 Soci € 15 Studenti € 5.
Giuseppe Guarrera, pianoforte
Musiche di R. Schumann, L. van Beethoven, A. Skrjabin, G. Palomar, F. Liszt.
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PROGRAMMA:
Robert Schumann 1810 – 1856
Arabeske in do maggiore, op. 18
Ludwig van Beethoven 1770 – 1827
Sonata n. 7 in re maggiore, op. 10 n. 3
* * *
R. Schumann
Papillons, op. 2
Aleksandr Skrjabin 1872 – 1915
Valse in la bemolle maggiore, op. 38
Guillem Palomar 1997
Rubáiyát
Franz Liszt 1811 – 1886
da Années de pèlerinage. Italie S. 161:
n. 5 Sonetto 104 del Petrarca
da Études d’exécution transcendante d’après Paganini, S. 140:
n. 3 in la bemolle minore “La Campanella”.
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Ingresso solo su PRENOTAZIONE presso:
Agenzia ALPE BELLUNESE – Belluno, Piazza Martiri, 2/A – tel./fax 0437 940407, E-mail: info@alpebellunese.it. Pagamento biglietto in agenzia o all’ingresso del concerto.
Per l’accesso ai concerti è obbligatorio il Green Pass (a partire dai 12 anni).
Si ricorda, inoltre, l’utilizzo della mascherina nel rispetto delle distanze e delle norme anti Covid-19.
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Tesseramento 2021: Soci ordinari Interi € 50 / Famigliari € 30 / Ridotti € 25
Soci nuova iscrizione € 40 / Soci sostenitori a partire da € 50
Si prega di esibire la tessera all’atto dell’acquisto del biglietto.
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Amabile ed elegante è la splendida pagina con cui si apre il concerto, l’Arabeske che Schumann scrive nel 1839 e che piuttosto severamente definì «debole e per signore». Si tratta in realtà di una composizione molto amata dai pianisti che si snoda su una serie di frammenti leggeri e impalpabili, legati insieme dall’antica forma del Rondò. La produzione di opere pianistiche prende il via quando Schumann, conquistato dal pianismo di Schubert e da un’idea letteraria che avrà una posizione di rilievo costante nel suo processo creativo, compone i Papillons op. 2 (1829/31), ispirati al finale del romanzo Flegeljahre (Anni acerbi, 1804-1805) di Jean Paul Richter. Si tratta del capitolo nel quale i protagonisti del lungo e bizzarro romanzo si ritrovano, si perdono, si rincorrono nell’atmosfera irreale di un ballo mascherato sul tema delle farfalle. Walt e Wult, i due fratelli gemelli che in Jean Paul incarnano rispettivamente la razionalità e la fantasia, si manifestano nei personaggi di Eusebius e Florestan in cui Schumann sentiva scissa la propria personalità, in quel fascinoso e complesso gioco del ‘doppio’ nel quale il compositore rimarrà sempre dando vita a idee musicali di rara bellezza.
La Sonata in re maggiore, punto culminante della triade dell’op. 10 (1796/98), assume un posto particolare all’interno della produzione sonatistica di Beethoven grazie al suo tempo lento. Scritto nella ‘tragica’ tonalità di re minore, il Largo e mesto intona un cupo e accorato lamento di assoluta intensità espressiva, stemperato dal breve Minuetto e dal Rondò finale che si riallaccia al tempo iniziale. Beethoven avrebbe definito tale brano come «la descrizione dello stato d’animo di un melanconico con tutte le diverse sfumature di luce o di ombra, dell’immagine della melanconia nelle sue fasi».
«Se il suono di Debussy sembra talvolta nascere da corde non percosse da martelletti, il suono di Skrjabin sembra talvolta nascere da dita che si muovono nell’aria». Così scrive Piero Rattalino alludendo alle colorazioni mistiche che il simbolismo assume in Skrjabin, uno dei più geniali esponenti del grande concertismo russo. Lo possiamo ascoltare nel magico valzer op. 38 (1903) nel quale l’autore, conosciuto come ‘lo Chopin russo’, «pur ubriacandosi anche lui di Chopin, sa però creare una sua concezione di suono allusivo e sfuggente», riflettendo nella sua musica tutti i travagli della musica romantica tedesca nel trapasso al Novecento.
Rubáiyát, composto nel 2017 dal compositore catalano Guillem Palomar, si compone di 7 brevissimi pezzi senza titolo, da eseguire senza soluzione di continuità. Chiarisce l’autore: «Ispirati alla poesia a volte aforistica di Omar Khayyam, questi brevi brani per pianoforte mirano ad esplorare diversi elementi della musica (armonia, risonanza, ritmo, melodia). Ognuna delle miniature è da percepirsi a sé stante, come piccole suggestioni che possono svilupparsi o meno, con reminiscenze della letteratura pianistica sia tradizionale che moderna».
Anche Liszt, come Schumann, era convinto che la musica dovesse essere fondata su motivazioni ideali e, in senso lato, poetiche. Ciò volle dire l’istituzione di un rapporto privilegiato fra musica e letteratura, che Liszt però concepì assai più stretto e vincolante, fino a teorizzarlo come necessario per la futura vita musicale. Le tre raccolte delle Années de pèlerinage (1837/1856), nelle quali il virtuoso itinerante e il ‘viaggiatore’ romantico si trasfigurano spesso in un pellegrino ai luoghi santi della poesia e della pittura, possiedono questo stesso tratto distintivo, come si può ascoltare nella trasposizione pianistica del Sonetto 104 del Petrarca, in cui c’è tutta l’anima pianistica lisztiana. Del 1838 sono i 6 Études d’après Paganini. L’ultimo studio è costruito sul Rondò “La campanella” dell’«infernale violinista» che già Liszt aveva ascoltato nel 1831 e che fu all’origine del suo virtuosismo trascendentale. Nel 1842, a proposito di questa raccolta, Schumann scriveva: «Qui non si può parlare d’una copia pedante, d’un puro riempimento armonico della parte di violino; il pianoforte agisce con altri mezzi che il violino. Produrre degli effetti analoghi, non importa con quali mezzi, era il compito qui più importante del trascrittore. Come Liszt conosca i mezzi e gli effetti del suo strumento, sa bene chiunque l’abbia udito. È dunque del massimo interesse avere le composizioni del più grande violinista-virtuoso, Paganini, commentate dal più grande pianista-virtuoso del tempo, Liszt […]. Pare che Liszt abbia voluto riversare nell’opera tutte le sue esperienze e lasciare ai posteri i segreti del suo modo di suonare […]. Diciamo, dunque, che questa raccolta è la cosa più difficile che mai sia stata scritta per pianoforte, come l’originale d’altronde lo è per il violino. Paganini ha voluto significar questo con la sua bella e breve dedica «Agli artisti», cioè «io sono accessibile soltanto agli artisti». Lo stesso è per l’opera pianistica di Liszt».
Melita Fontana
Nel 2017 al “Concorso pianistico internazionale di Montreal” Giuseppe Guarrera si è aggiudicato il secondo Premio e cinque premi speciali (premio del pubblico, premio Bach, Chopin, per il miglior recital in semifinale e per la migliore esecuzione del brano commissionato). Nato in Sicilia nel 1991, si è perfezionato a Berlino presso la “Barenboim-Said Akademie”, sotto la guida di Nelson Goerner, ottenendo il diploma a pieni voti nel luglio 2018. In precedenza ha studiato con Giuseppe Cultrera e poi con Siavush Gadjiev a Gorizia, e a Berlino ha frequentato il master alla Hochschule für Musik Hanns Eisler con Eldar Nebolsin. Nel 2018 ha inoltre ha fatto parte della Verbier Festival Academy, dove ha ricevuto il Premio speciale della Fondazione Tabor, ha ottenuto una borsa di studio dal Ruhr Klavier Festival in Germania, ed è stato selezionato tra i vincitori dello “Young Classical Artists Trust (YCAT)”, premio assegnato ogni anno alla Wigmore Hall di Londra. Si è esibito come solista con la Liverpool Philharmonic Orchestra, la Royal Philharmonic Orchestra, l’Orchestre Symphonique de Montréal, l’Orchestra del Teatro La Fenice di Venezia, con direttori quali Flor, Petrenko e Kitajenko. Collabora stabilmente con il Pierre Boulez Ensemble di Berlino, con il quale, sotto la direzione di Daniel Barenboim, ha eseguito la prima assoluta del concerto di Benjamin Attahir, nella settimana inaugurale della Boulez Saal nel 2017. Ha suonato in numerose sale europee, tra le quali la Wigmore Hall di Londra, Fondation Louis Vuitton a Parigi (ciclo “Nouvelle Génération” 2018), Boulez Saal a Berlino, Ruhr Klavier Festival in Germania, Leeds International Concert Series, Royal Conservatoire di Birmingham, Studio Flagey a Bruxelles, Sony Auditorium di Madrid, Leeds University, Teatro la Fenice di Venezia, Teatro Ponchielli di Cremona, Teatro Verdi di Trieste. Attivo anche sul fronte cameristico, invitato già al Festival di Rolandseck da Mihaela Martin e al festival di Gerusalemme da Elena Bashkirova, si esibisce con solisti quali Pascal Moragues, Ramon Ortega Quero, Jiyoon Lee, Mayumi Kanagawa, Ben Goldscheider, Alexander Warenberg. Altri riconoscimenti negli anni precedenti sono stati il secondo premio al “J. Mottram International Competition” a Manchester nel 2015, e il “Premio Venezia” ricevuto nel 2010 dal Teatro La Fenice. Ha partecipato a masterclasses con Daniel Barenboim, Ferenc Rados, Mikail Voskresensky, Sergei Babayan, Richard Goode e Michel Beroff, ed insegna attualmente presso la Barenboim-Said Academy di Berlino.
Sito: www.giuseppeguarrera-pianist.com
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